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La produzione di senso contro i portali della

Una delle caratteristiche peculiari di Internet è la sua enorme capacità di trasformazione. Se il computer è l'utensile assoluto, che può diventare gioco, strumento di espressione o mezzo di produzione, internet ne rappresenta l'estroiezione nell'immaginario collettivo, configurandosi secondo le linee di tendenza sociali dominanti. Orwell sarebbe sorpreso non poco, osservando che il futuro delle relazioni sociali non è retto dal Grande Fratello, ma tutt'al più dal Grande Zelig, un sistema di comunicazioni caotico e multiforme, dalla straordinaria attitudine camaleontica.

In poco più di vent'anni Internet è stata una rete militare, poi scientifica, universitaria, anarchica, borghese e popolare; ciascuna fase ha conosciuto caratterizzazioni tanto marcate da far pensare che l'unico vero scopo di Internet potesse essere, di volta in volta, la libertà di comunicazione, la diffusione delle informazioni, il trionfo del sesso, la pornografia, l'abolizione della proprietà intellettuale o la realtà virtuale. È indubbio che queste metamorfosi, per come le abbiamo conosciute finora, sono immediatamente correlabili al mutare della composizione sociale degli utenti che, nel corso del tempo, si univano alla rete, aggiungendo il proprio apporto, fatto di idee, interessi e aspettative, come frammenti di uno specchio che, alla fine, dovrebbe riflettere tutta la società; ma oggi che questo specchio dovrebbe essere quasi completo, ci accorgiamo che c'è qualcosa che non funziona: o lo specchio è estremamente deformante oppure svela una realtà a cui non diamo il giusto peso osservandola direttamente.

I portali della New economy

L'ultima trasformazione di Internet, che ha assunto l'aspetto mostruoso della cosiddetta New Economy, non ha più la dimensione di rappresentazione virtuale di una comunità di persone collegate in rete, esce dalla sfera delle relazioni sociali e mette in gioco l'intero ciclo produttivo e riproduttivo. Folle di impiegati statali, casalinghe e lavoratori più o meno precari, si incollano davanti al monitor per controllare l'andamento delle Borse di Wall Street, di Parigi o di Milano; affidano i loro risicati risparmi al sito web del gruppo finanziario on-line per investire nei magici titoli hi-tech, sperando nello stesso miracolo che, in altri tempi, avrebbero chiesto al lotto o alle slot-machines, ma stavolta sentendosi, nel loro piccolo, imprenditori della New Economy.

Il vortice è travolgente. Basta creare un "portale" per essere quotati in Borsa, basta attrarre un numero sufficiente di visitatori per creare un'impresa miliardaria. Un "portale", la pagina di accoglienza in Internet di un navigatore tipo, è la sublimazione della produzione immateriale: raccoglie insieme ed organizza merci, anch'esse immateriali, prodotte da terzi, senza aggiungere ad esse alcun valore; notizie, curiosità, ricerche, segnalazioni, shopping, tutto insieme in questo imbuto virtuale attraverso cui vengono convogliati gli utenti/clienti, il cui numero rappresenta ricchezza. E l'informazione ritorna ad essere quella di una volta, assoggettata alle stesse leggi di mercato che regolano la stampa e la televisione.

La battaglia del informazione

È una battaglia persa, quindi, quella di chi crede che la dinamicità e l'interattività della rete possano modificare i paradigmi della comunicazione? Ancora no, e non solo perché è appena iniziata, ma proprio perché la mutevolezza intrinseca del mezzo lascia ben sperare in un ennesimo adattamento. Gli utenti della rete, divenuti clienti del commercio elettronico e poi produttori/imprenditori della New Economy hanno via via assunto un ruolo più attivo. Per quanto criticabile o deprecabile possa essere questo passaggio, è innegabile il fatto che porta con sé una crescita di consapevolezza.

Se fino a pochi anni fa il collegamento ad Internet poteva essere considerato un lusso, un prodotto per cui pagare, oggi la situazione è completamente ribaltata: non solo il collegamento è gratuito, ma cominciano a diffondersi anche i "numeri verdi" per non pagare neanche la telefonata, così come le offerte di rimborsi, sconti o premi economici da parte dei provider per chi si collega, una sorta di "cybersalario" ad ore per i navigatori di Internet. Ciò è sintomatico di come l'utente non sia più considerato un "consumatore", ma un produttore di ricchezza. Questo nuovo tipo di utente può ancora evolversi, può assumere ulteriore coscienza della sua condizione e sfuggire alla trappola del controllo globale e della produzione continua in ogni momento della sua vita.

Scegliere il proprio percorso di "navigazione" è comunque possibile, nonostante il concentramento degli accessi in portali, da cui si viene abilmente pilotati nei soliti luoghi di produzione gestiti dalle poche multinazionali che hanno assunto il controllo della maggior parte dei siti web. È più che mai necessaria la presenza in rete di luoghi "altri", che sappiano offrire una via di scampo a questa triste carovana di deportati di internet. Questa offerta deve necessariamente essere accattivante e interessante per rompere i meccanismi di attrazione dell'industria multimediale. Non ci si può più riferire soltanto ad un pubblico di addetti ai lavori, che siano essi ricercatori o esperti di computer o militanti politici; è ora di mettere da parte le teorizzazioni di Rheingold sulle "comunità virtuali". Il concetto di comunità porta con sé il concetto di chiusura e, mai come in questo momento, la battaglia di internet si può vincere solo con il massimo di apertura possibile.

L'informazione come agire politico

Per ricondurre la politica in uno spazio che le si addice, lo spazio globale di dibattito pubblico che internet può rappresentare oltre il terreno della New Economy, occorre riferirsi a nuovi paradigmi comunicativi, che non risentano dell'eredità di una visione del mondo dualista o, comunque, troppo lineare rispetto alla complessità della società in cui viviamo. Il postfordismo è un fatto compiuto e l'informazione è la merce più ambita, ma proprio a partire da essa è ancora possibile costruire comunicazione, interattività, relazioni sociali; superare l'informazione pilotata, l'informazione mercificata, l'informazione/spettacolo, per fare società in rete.

La comunicazione politica sviluppatasi in questi anni soffre spesso di una visione ancora "romantica" di internet come frontiera vergine da difendere contro le contaminazioni commerciali; un'utopia che non è l'orizzonte di un percorso possibile, ma il retaggio nostalgico di una fase irreversibilmente conclusa con la diffusione di massa di internet. Laddove ci sono assembramenti si crea inevitabilmente un mercato e questo attira altra gente e favorisce gli scambi culturali, come giustamente sosteneva lo stesso Marx. Rifiutare in toto il principio di un uso commerciale di internet vuol dire condividere quell'elitarismo da virtual class che vorrebbe costituirsi in enclave di sole anime pure o in ceti politici autoreferenziali il cui rinnovamento è soltanto tecnologico.

È necessario comprendere che, come ci ha insegnato Marcos in Chiapas, la lotta contro il neoliberismo non può darsi da una situazione di isolamento, né culturale, né ideologico, né tecnico; gli strumenti e i modi di comunicazione per tenere insieme la enlace civil, quella società civile che sola può opporsi efficacemente al neoliberismo, vanno usati tutti e senza pregiudiziali. Non è un caso che siano stati proprio gli Zapatisti a inaugurare l'uso politico militante di internet, ma da quei lontani giorni in cui attraverso la posta elettronica si costituivano le prime reti globali di attivisti, pochi sforzi sono stati fatti per evolversi, mentre l'internet delle multinazionali e della standardizzazione cresceva e affinava le proprie metodologie di espansione. Stare al passo con i tempi non significa certo dotarsi rapidamente dell'ultimo tecnicismo di avanguardia o dell'ultimo software miracoloso; significa piuttosto interrogarsi sul rapporto del proprio progetto politico con la comunicazione e aver chiaro il ruolo che questa assume nello sviluppo degli eventi. Soprattutto significa produrre senso, non ulteriori portali, speculari a quelli già esistenti, lanciati verso una genericità movimentista o "antagonista" in cui c'è tutto e il contrario di tutto e di cui sempre più spesso sfugge l'utilità.

Internet è il mezzo, d'accordo, ma qual è il fine? È sempre più difficile stabilirlo, e la confusione dei portali, delle mailing lists rissose, dei siti web vuoti di contenuti, certamente non aiuta a comunicare con chi questa stessa vacuità, simmetrica ma alla fine più leggera, divertente e attraente, la può trovare "navigando" fra porno, finanza e shopping center.

L'esperimento di Sherwood Tribune

La scommessa, forse ambiziosa ma che ha già prodotto dei risultati insperati, di Sherwood Tribune (www.sherwood.it) è quella di proporre un'informazione fuori dal coro, lontana dal pensiero unico, aperta a voci diverse e rivolta a tutti, perché tutti possano assaporare il piacere di poter leggere punti di vista diversi da quelli espressi dai media tradizionali. È un piacere liberatorio e tutt'altro che sottile, la scoperta di quanto sia semplice recuperare le proprie capacità critiche e sfuggire dai ranghi dell'omologazione culturale; una consapevolezza che spinge a livelli sempre maggiori di interattività, fino a valicare la barriera fra i ruoli di lettore e autore, di utente e fornitore di informazioni, recuperando i termini di cooperazione che avevano caratterizzato internet fin dall'inizio.

L'informazione di Sherwood Tribune non vuole partire da un atteggiamento di chiusura, non vuole essere informazione "contro" o, più semplicemente, "controinformazione"; rifiutando questo termine, troppo utilizzato e molto spesso a sproposito, vuole affermare che la realtà non è, come i nostri governanti vorrebbero farci credere, semplicisticamente bipolare, ma ricca di sfumature che devono essere colte per dotarsi di strumenti di intervento reale.

La scelta effettuata da Sherwood Tribune è, dunque, quella di scendere in campo nell'arena dell'informazione confrontandosi con i media "tradizionali", sia pur utilizzando uno strumento e un linguaggio diverso. Avere una diffusione in internet non vuol dire soltanto eliminare tutti i problemi economici e organizzativi legati alla stampa e alla distribuzione delle copie, da sempre causa di sofferenza per chi non può permettersi gli stessi investimenti dei grossi gruppi editoriali, ma anche e soprattutto vuol dire avere enormi potenzialità in più, che vanno dalla visibilità estesa a tutto il mondo, alla possibilità di integrare nell'informazione elementi multimediali come filmati e suoni, costringendo a pensare in termini rinnovati lo stesso concetto di comunicazione.

Il formato e la periodicità di Sherwood Tribune sono tali da consentire una buona elasticità rispetto allo standard dei settimanali, obbligati a inseguire l'attualità della cronaca, o delle riviste a tema, troppo incentrate sull'approfondimento degli argomenti. La formula adottata dalla redazione consente di poter affrontare un tema seguendone lo sviluppo anche in più numeri, ma anche di aprire spazi per ragionamenti e analisi teoriche e, come è già successo in alcuni casi, di mettere in collegamento i soggetti attivi dell'argomento trattato, attivisti, militanti, soggetti politici e movimenti sociali, creando ulteriori maglie della rete e, perché no, aprendo la prospettiva di creare momenti di conflitto comuni. L'idea della redazione è infatti quella di costruire uno strumento che parta dall'informazione per arrivare ad agire nel sociale; creare conflitti e non essere solo "giornalisti" o "analisti", né tanto meno veicolo indifferente di quello che succede o che fanno gli altri.

Sherwood Tribune non può essere considerato il periodico della "società civile" né del "movimento": nasce in una realtà politica, quella del Nordest italiano, con una identità forte e radicata nel tempo e nel territorio, ma è uno strumento che mette in rete numerosi e svariati soggetti, non solo dando spazio alle loro istanze, dando voce e visibilità, ma anche cooperando materialmente, lanciando campagne, iniziative politiche e costruendo insieme a loro una rete di collaboratori da tutto il mondo, attraverso la quale diventa possibile ricevere un'informazione non mediata, ma prodotta dagli stessi protagonisti, come è successo ad esempio per Seattle, Timor Est, o per le lotte degli antifascisti in Austria e degli insegnanti in Francia.

Il grosso limite attuale è quello della lingua, anche se qualche articolo viene già riportato oltre che in italiano anche in inglese o francese, ma anche su questo la redazione fa dei progetti, pensando allo sviluppo di altre esperienze simili in altri paesi e quindi alla creazione di una rete editoriale che possa scambiare articoli e traduzioni; una rete vera e viva, nelle intenzioni molto lontana dai vecchi schemi di coordinamenti, che agisca sulla base di progetti concreti capaci di produrre società e conflitti piuttosto che ideologia.

Pierangelo Rosati "Hobo" et Ludovic Prieur "Ludo"
Colletivo Sherwood Comunicazione

    - Testo publicato da "Multitudes", Parigi, numero 2, maggio 2000

 

 

 


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